Un brindisi per il vino italiano!

Pubblicato il 20/10/21
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È sempre più buono, gode di ottima salute, riparte dalla qualità, dal boom del biologico, dall’enoturismo e soprattutto dalla sostenibilità in vigna e in cantina. Dopo un anno difficile dovuto alla pandemia, i numeri della doc economy fanno tirare un sospiro di sollievo a tutto il settore. Non solo è andata meno peggio del previsto, ma siamo ancora i primi al mondo. E va bene anche la vendita a scaffale. 

di Giovanni Franchini


La ricerca IRI dedicata alle vendite dei vini nella Distribuzione Moderna presentata a Vinitaly Special Edition racconta un mondo con il segno positivo. Le vendite nei primi 9 mesi del 2021 crescono del 2% a volume e del 9,7% a valore, con punte del 4,8% dei vini Doc e del 27% delle bollicine. Nella classifica dei vini Top, cioè quelli più venduti in assoluto, vanno sottolineati i cali delle vendite a volume del Lambrusco (-6,7%), della Barbera (-10,6%%) e della Bonarda (-4,9%) e gli aumenti del Vermentino (+25,7%) e della Valpolicella (+23,9%). Crescono i vini blasonati nella classifica dei vini Best, cioè quelli con maggior tasso di crescita: in 3° e 4° posizione Barolo (+42,8%) e Brunello di Montalcino (+41,5%), che nel 2020 avevano risentito molto dei lockdown. Le prime posizioni del podio di questa particolare classifica, utile per individuare i trend, sono occupati dal Lugana (+46,4%) e dal Sagrantino di Montefalco (+43,7%).

La ricerca dettaglia le dinamiche delle vendite: i vini a denominazione d’origine, nella classica bottiglia da 0,75 lt, continuano a performare molto bene, seguendo un trend che prosegue da anni: i vini DOC crescono del 4,8% a volume e del 10,8% a valore; i vini IGP crescono del 3,6% a volume e del 8,1% a valore. Le bollicine vendono più del vino, registrando una crescita rilevante del 27,1%. Per quanto riguarda i prezzi, prosegue la tendenza degli ultimi anni di una progressiva rivalutazione del valore del vino: 3,9 euro a bottiglia il prezzo medio complessivo del vino, 5,6 euro a bottiglia delle bollicine.

 

"Sono passati circa trentacinque anni da quello che in molti hanno definito l’anno zero del vino italiano. Era il 1986, anno della crisi del metanolo. Dopo quel tragico evento, in cui persero la vita 19 persone e 15 riportarono lesioni permanenti, il mondo del vino made in Italy non è stato più lo stesso. Scommettendo sulla qualità, sull’innovazione, sulla territorialità delle produzioni e sulle certificazioni d’origine, il settore è cresciuto, e il suo successo oggi è davanti ai nostri occhi: nel 1986 gli ettolitri prodotti in Italia erano 76,8 milioni per un fatturato di 2,5 mld di euro, gli ettolitri prodotti oggi sono 54 milioni, il 30% in meno, ma valgono 11 mld di euro. L’export, che valeva allora 800 milioni di euro, oggi vale 6,2 mld. Allora la quota di vini DOC e DOCG era pari al 10% della produzione, oggi se contiamo anche i vini IGT, che sono nati dopo, superano il 60%. Insomma, scommettendo sulla qualità a tutto tondo oggi produciamo molto di meno, ma il nostro vino vale molto di più e la sua notorietà e valore è riconosciuto in tutto il mondo".

 

Il virgolettato è tratto da Il futuro del vino italiano. Qualità, sostenibilità e territorio, un rapporto di Symbola, la Fondazione delle qualità italiane, che nel 2020 scattava una fotografia della doc economy italiana, l'insieme delle produzioni vitivinicole di qualità del nostro Paese. Un settore solido, estremamente qualitativo, che vede l'Italia come primo produttore mondiale, secondo esportatore e terzo consumatore (dati Ismea, l’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare).

 

I numeri dei volumi raccontano bene come sta il vino italiano: nel periodo pre-pandemia, il 2019, erano 47.5 i milioni di ettolitri prodotti e nel 2020, nonostante la pandemia e il blocco Horeca (ristoranti, hotel e sale ricevimenti), la produzione ha registrato un +3%, mentre le esportazioni nel 2020 sono calate a 20.8, per un corrispettivo di 6,21 miliardi di euro (rispettivamente -2,7% in volume e -3,4% in valore rispetto al 2019).

 

Ma come avverte la stessa Ismea, si tratta di una minimizzazione delle perdite. Ai nostri competitor, Francia e Spagna, è andata molto peggio, a conferma che anche in situazioni di crisi estreme, il made in Italy del vino ha un saper fare, una reputazione e un’immagine difficili da incrinare, e riesce a mantenere posizioni e primati anche nelle situazioni più critiche.

Tutto grazie alla qualità e alla percezione di valore che i consumatori di tutto il mondo riconoscono nel vino italiano.

 

L’Italia è un Paese ricco di varietà di vitigni, una peculiarità della nostra biodiversità che rende il nostro vino il più differenziato del mondo. Le specialità sono oltre 500, e nonostante sia nel complesso diminuita la superficie vitata (attualmente 671 mila ettari), sono aumentate la varietà impiantate che generano una offerta in costante crescita. Le produzioni DOC/DOCG nel 2020 hanno registrato una lieve flessione, arrivando a 21 milioni di ettolitri prodotti, a fronte dei 22 del 2019. Il primato è sempre del Veneto, con i suoi 8 milioni di ettolitri prodotti, seguito dal Piemonte che ne produce 2 milioni di ettolitri, seguito a sua volta da Emilia Romagna, Sicilia, Toscana, Friuli Venezia Giulia.

 

Aumenta anche la superficie coltivata a biologico. Dopo il boom del 2016, che ha visto la quantità di ettari passare dagli 83 mila del 2015 agli oltre 100 mila dell’anno successivo, la crescita è stata costante, arrivando a coprire 109 mila ettari nel 2019. 

 

Il 40% della superficie è controllato da aziende con più di 10 ettari, mentre diminuiscono le aziende che vinificano e, contemporaneamente, i prodotti DOC e DOCG vedono crescere in modo importante il loro ruolo nell’offerta nazionale. I motivi di questo successo risiedono in vari fattori: il maggior rendimento vinicolo per ettaro che fa dell’Italia il maggior produttore di vino al mondo, pur avendo meno superficie adibita a coltivazioni rispetto a Francia e Spagna; l’industria, che nel periodo 2014-2018 ha mostrato una notevole crescita degli investimenti, con analoga crescita dell’occupazione (+13%), soprattutto giovanile, in tutti i ruoli aziendali. Gli investimenti hanno anche riguardato attrezzature e macchinari tecnologici all’avanguardia e un ampio ricorso alle tecnologie digitali.

 

E le prospettive future? Sono buone. E non solo nel settore proprio, cioè il vitivinicolo, ma anche in settori collegati come l’enoturismo. Nel primo caso, il rapporto Il mercato del vino in Italia e nel mondo prima e dopo il Covid-19, redatto da Ismea, individua nella sostenibilità di produzione e filiera una chiave per ripartire e conquistare nuove fette di mercato: “In un periodo in cui il futuro appare quanto mai imprevedibile – dice il rapporto – se c’è una certezza è che il vino dovrà essere sempre più percepito come sostenibile. Una sostenibilità non solo dichiarata, ma soprattutto dimostrata”. L’altro settore su cui puntare, secondo il rapporto, è quello dell’enoturismo: “Tutte le cantine di nuova creazione e molte di quelle tradizionali si sono aperte, negli ultimi anni, alla possibilità di visite di “appassionati" o di semplici curiosi. Ormai il vino e, più in generale, tutto ciò che è legato alla gastronomia stanno diventando una motivazione forte per un certo tipo di turismo. L’enoturismo genera inoltre fidelizzazione e cultura attorno a un prodotto dalle innumerevoli qualità come il vino, per la sua storia, la sua gente, i paesaggi, le caratteristiche di ogni tipo che lo rendono particolarmente attraente. Di contro, anche il vino rappresenta una grande opportunità per il turismo. Ne favorisce la destagionalizzazione, diversifica l’offerta, amplia gli spazi tradizionali per una maggiore ricettività turistica, indirizzandolo verso territori rurali e normalmente meno fruibili, oltre a dirigersi a un target dal buon potere d’acquisto e con capacità di spesa superiore alla media”.

 

Insomma, il vino italiano sta molto bene. Ci meritiamo un bel brindisi!